VERSANTE ACCIDENTALE
di Alessandra Bello
QUESTO NON È POSTO PER APPENDERE IL CAPPELLO
Abbiamo abbandonato i boschi e le montagne e i luoghi aspri e impervi da millenni. Ma i
boschi, le montagne e i luoghi aspri e impervi non hanno abbandonato noi. Vivono nel sacro
o, meglio, in quel residuo di sacro che il nostro dito unghiuto cerca disperatamente di
grattare dalla lacerante, chirurgica asetticità che la "ratiolatria" moderna ci impone.
Ovunque ci si inoltri tra foreste o ci si inerpichi su pendii scoscesi la morte è in agguato. Le
possibilità di fuga si riducono. Attorno a noi ogni cosa è pericolo: il predatore celato dietro a
un albero, il masso che, staccandosi dall’alto, può aprirci il cranio ponendo fine alla nostra
miserabile esistenza, l’insetto ematofago che infesta ogni anfratto, l'appiglio che sfugge, il
baratro che può aprirsi sotto i piedi in forma di crepaccio o burrone, coperto alla vista da un
lieve strato di foglie.
Nonostante questo (o - probabilmente - in ragione di questo) l’essere umano è
irrimediabilmente attratto dalla foresta e dai versanti montuosi, dalle sue inesplicabili, lapidee
geometrie.
Lo sguardo si posa su di esse in fremente attesa di qualcosa, come avviene per le
rappresentazioni sacre: il richiamo dell’inumano (o del più-che-umano) risuona come un
fiammante grido di speranza.
Ma non vi è speranza e nulla può accadere perché lo iato è incolmabile, la lacerazione
definitiva. Non c’è patria, lì, non c’è casa, non c’è un posto dove tornare e, con gesto
familiare, appendere il cappello.
E così quelle geometrie restano immobili, cristallizzate nella loro incomprensibile
architettura, argentee, ialine, fulgide. Irraggiungibili.
Osservarle è divenuto per noi guardarle senza saperle più leggere (se non con gli occhi
analitici del geologo, con il bisturi artico dell’esperto), confondere un dettaglio con un campo
lungo, scambiare il frantume per il tutto e il tutto per il frantume, salvo poi accorgerci di
esserci sbagliati e che l’attrazione che proviamo deriva da fantasmi, spettri, larve di
intuizione che si fanno più ammalianti (e ben più vere) a mano a mano che si allontano e
sfumano nell’indistinto.
(Alphonse De Malus)